sabato 16 luglio 2011
sabato 11 settembre 2010
La cosa
Mi sveglio con quel solito dolore al fianco. E penso.
Se morissi adesso, quale sarebbe la cosa che proprio non potrei perdonarmi?
Ce ne sono diverse, ma qualcuna non è più rimediabile perché la persona in questione non c'è più; a qualcuna sto già cercando di rimediare attraverso quella che potrei definire un'espiazione quotidiana; qualcun'altra non la considero più rimediabile, dopo enne tentativi e una vita sprecata a tentare di ricucire strappi.
Ma ce n'è una fra tutte che campeggia nella mia mente da ormai un anno e tre mesi, in tutta la sua enormità.
Quella non è "una" cosa, è LA cosa.
E io quella a devo cercare di rimediare, costi quello che costi.
Adesso.
martedì 30 marzo 2010
Purtroppo sei dolce
Purtroppo sei dolce...
Non riesco ad avercela con te.
Ti ho ignorato per qualche settimana e ti è venuta l'ansia. Si vede.
Hai paura, non sai nemmeno tu di cosa, ma se ti ignoro ti viene l'ansia.
Sto lavorando alle tesine con un'allieva e non ti ho chiesto affatto di esserci; ma tu arrivi verso le tre e mezzo, ti affacci dalla porta del laboratorio con un sorriso un po' timido, ti siedi vicino a me.
E io sono contenta, perché è bellissimo averti accanto.
Ti dai molto da fare, cerchi su internet, e intanto si chiacchiera. Maledizione alla mia lingua, mi lascio andare a raccontare episodi che so bene dovrei tenere per me, tanto non capisce nessuno. Resti un po' sbalordito, io ci rido su e cerco di sdrammatizzare. Cretina.
Guardiamo insieme la ricostruzione di rarissimi spezzoni di danze di Nijinsky: un colpo al cuore per me; anche tu sei stupito, la mia emozione ti si trasmette.
Un argomento ti appassiona particolarmente: in effetti è molto intrigante e ci sono risvolti tra il fisico e l'esoterico; cerchi su Google, trovi un forum in cui si affronta proprio quel problema, ti concentri su quello e perdi il filo di tutto. Hai una mente curiosa, attenta, sei un ragazzo intelligente.
Io intanto parlo con l'allieva.
All'improvviso mi dici:
- Cos'ho qui?
- Dove?
- Sotto l'occhio.
Ti volti di tre quarti e mi porgi docilmente il viso. E' un bel musetto, lo apprezzo ogni volta che lo guardo, mi fa un'immensa tenerezza.
- Hai un taglietto.
- Eh, lo sapevo.
- Un graffio?
- No, una scarpa. Mentre giocavo a rugby.
- Accidenti, t'è andata bene.
- Sì.
Sfioro il taglietto con un dito e vedo che ti fa piacere, socchiudi un po' gli occhi. Vorrei poterlo trasformare in un gesto materno, vorrei fare quello che qualsiasi madre farebbe: darti un bacio sulla ferita. Credo che tu lo senta.
Usciamo.
Per molti giorni non ci vedremo, ci sono le vacanze di Pasqua.
Nell'atrio, mentre mi saluti, mi dici:
- Allora senti, io le tesine in questi giorni me le guardo, e se c'è qualcosa da dire...
- Sì?
- ...te lo scrivo al tuo indirizzo mail, va bene?
- Sì, certo.
Mi sorridi ed esci tranquillizzato.
Sei una strana creatura, effimera e inafferrabile; eppure in qualche strano modo ci tieni a me.
Io me lo faccio bastare.
L'importante è tenerti a distanza, che è proprio ciò che tu mi stai chiedendo.
Non è così difficile riuscirci, se si vuole bene.
E io sento di volerti bene.
sabato 27 marzo 2010
Agisci
- Dove andrai in vacanza? Toscana?
- Non ho programmi quest'anno, non m'interessa; sto bene anche qui. Ma qualche giorno in Toscana, se riesco, lo farò. Tu farai un viaggio?
- Non lo so ancora. Bisogna sbrigarsi per prenotare, però. Vorrei andare ancora in Giamaica. Ma mio zio non mi ha detto ancora nulla.
- Chiediglielo.
- No, non posso. Se me lo chiede lui bene, se no niente. Però io ci tengo moltissimo.
- Lo so.
- Chissà cosa ci avrò mai trovato in quel posto… è solo che davvero ti cambia un po’ la vita. Il fatto è che è totalmente diverso da qui…
- E poi quella ragazza, suppongo.
- Sì. Il posto è affascinante. E poi senza le comodità e le solite cose che qua diamo per scontate vedevi le cose in modo diverso. Sicuramente mi sentivo bene... anche se vabbè è logico, ero pur sempre in vacanza. Quella ragazza. Eh… chissà che fine avrà fatto.
- Sarà ancora lì, spero bene.
- Lo spero anche io. E comunque è stata una cosa assurda.
- Ad ogni modo puoi almeno chiedere a tuo zio se ci va.
- Sì, lui ci va sempre; adesso è là.
- E poi scusa, vacci da solo!
- Sì, ma se non mi ospita qualcuno…
- Non penso che gli alberghi costino molto lì.
- E poi mio zio mi farebbe viaggiare come "amico-parente" del pilota che conosce e pagherei il biglietto meno della metà. Comunque è solo la mia fottuta immaginazione, suggestione…
- Hai lavorato: puoi anche spenderli per te, i soldi.
- Sì. Li sto odiando i soldi. Preferisco crepare che andare avanti e avere soldi in questo modo del cazzo.
- Almeno usali!
- Che cazzo me ne faccio.
- Il viaggio, per esempio.
- Sì, ma sono comunque buttati.
- Ma che dici! Se è quello che desideri…
- Sì, ma poi torno e la mia vita è li ad aspettarmi, bella come prima... E' solo un modo per scappare. E quella ragazza era una come tante, probabilmente, mi sarò fatto fregare.
- Ma chi te l'ha detto? Se decidi di rimanere, rimani lì.
- Rimango li a fare il fallito. Cazzo. Devo trovare un senso, è questo il punto.
- Non dire scemenze.
- Non ha senso andare al lavoro tutti i giorni perché così posso avere uno stipendio e così posso vivere. "Vivere" viene al terzo posto, Cristo!
- Quanti artisti hanno mollato tutto e se ne sono andati a stare su un'isola? A dipingere, a scrivere… o semplicemente a vivere.
- Disadattati di merda.
- No: gente che ha scelto. Esattamente quello che tu non sai fare.
- E' una cosa difficilissima. Non ci riesco proprio.
- Ma devi. Devi assolutamente!
- E così subisco quello che succede.
- Ora basta, Gabriele.
- Non posso dire basta!
- Puoi e devi.
- Niente ha più senso.
- Finché vivrai così no, senza dubbio.
- Non credo più in niente.
- Sono balle: tu lo sai, cosa desideri.
- Sì, desidero cose che non posso avere.
- Puoi.
- Le desidero per farmi del male, così almeno mi emoziono in qualche modo.
- Puoi benissimo partire e restare là (tanto i pc ci sono anche là).
- Ma non lo so se voglio restare là. E' da idioti andare in un posto povero per viverci. Però là è incontaminato da certa merda che c'è qua. Ma come fanno gli altri? Cioè, per me è assurdo anche solo vivere un secondo di più in questo modo...
- Appunto per questo devi scegliere.
- Ma io sto male… un secondo voglio una cosa e poi un’altra...
- Parlare non serve a un cazzo: bisogna agire.
- Prima penso di riuscire al 100% e poi subito dopo mi sento una merda… è una cosa così, velocissima. Non ci puoi fare un cazzo.
- Si chiama ciclotimia, una patologia che non porta da nessuna parte. La verità sta nel mezzo: noi non siamo né supermen né delle merde, ma semplicemente persone che devono lavorare su se stesse. Però, appunto, devono lavorare, non lamentarsi o parlare. Intendo lavorare sulle proprie qualità.
- Ma non so fare niente! Niente in particolare… e poi mi passa la voglia, mi viene l'angoscia e sto male.
- Quello che non serve va evitato. Invece di star male agisci, fai qualsiasi cosa, vai a correre, scarica le tensioni...
- Agisco. Bevo, più che altro. Anche domenica sera… c'era Emanuele e la tizia che mi piace...
- Ecco, bere non serve a un tubo.
- ...e stavo per andare da lei… ma poi niente, sono tornato a casa.
- Questo è proprio l'esatto contrario di quel che devi fare.
- Ma non so cos'è! Sarà un cazzo di trauma, che ne so.
- Alla peggio va male: e allora? Chissenefrega, farai qualcos'altro! La vita è tutta una possibilità, Gabriele...
venerdì 12 marzo 2010
Ti avevo chiesto una cosa sola...
Io non chiedo mai niente per me.
Lavoro per i ragazzi, ed anche quello che ti ho chiesto è sempre stato per loro. La mia ricompensa era vederti, solo questo.
Io non ti ho mai chiesto niente per me.
Però tu questa cosa me l'avevi offerta come una sorta di gradito regalo, e io l'avevo accettata con gioia.
Mi spieghi che senso ha avuto offrirla per poi negarmela?
Ci contavo. Come una bambina, ero felice che arrivasse quel giorno.
Ma è arrivato senza di me, e senza che tu me lo dicessi. Perché?
Per sfiducia, anche. Sì, non ti fidi.
Ma soprattutto non mi vuoi bene.
Questo fatto ha spezzato qualcosa dentro di me: io non ti credo più, non sei sincero.
Sei soltanto una cattiva imitazione di ciò che amavo.
E questo non te lo perdono.
D'ora in avanti sperimenterai la mia gentilezza, che riservo solo a coloro ai quali ho chiuso le porte del cuore.
lunedì 8 marzo 2010
Sciocchino
Sei proprio uno sciocchino...
Eccoti anche oggi, puntuale e servizievole, a curare con me le tesine dei ragazzi. Naturalmente ne approfitti per fare la ruota davanti alle allieve carine; fa parte del personaggio, è normale.
Una delle tesine tratta del narcisismo e della sindrome di Peter Pan; mi domando se e quanto tu ti ci riconosca.
Mi sento comunque tranquilla, a mio agio.
Mi proponi un caffè alla solita macchinetta, adducendo come motivazione il fatto che l'8 marzo tocca ai maschi offrire. Accetto, naturalmente, anche se scelgo un tè per via del mal di stomaco. Ti guardo inserire la monetina, mi chiedi quanto zucchero voglio, noti che la macchinetta fa molto meno rumore quando eroga il tè rispetto al caffè; non faccio caso a cosa scegli, forse una cioccolata.
Mentre ti osservo penso che con te mi piace fare tutto: mi sento docile e appagata, priva della benché minima emozione. Sei come il mio naturale completamento.
Purtroppo so bene che questo è solo un parto della mia fantasia malata, so che vedo in te il figlio perduto e chissà cos'altro, è una vecchia storia; e so anche che tu non sei nulla di tutto questo.
Peccato, perché sei perfetto da questo punto di vista.
Ma dove rasenti la genialità nel banale è quando, nel tornare indietro, mi dici serio:
- Sono un po' stanco, sai: ho dormito solo tre ore e mezzo stanotte.
- E' un po' pochino - rispondo.
- Eh sì. Ma non posso recriminare.
- Perché?
- Perché l'ho fatto per il mio piacere.
Quasi ti scoppio a ridere in faccia. Dai, ma che modo di esprimersi è? E perché me lo dici?
Non ti aspetterai per caso che io ti chieda con chi e in che modo ti sei dedicato al "tuo piacere"!
In effetti non so cosa rispondere, e me ne esco con un idiota:
- Ah be', allora hai fatto bene.
Ma tu insisti:
- Sai, quando uno le cose le fa per il proprio piacere...
- Certo - confermo.
Sorseggio il mio tè e non ti assecondo minimamente.
Visto che non chiedo nulla, parli tu.
- Già, perché stanotte, sai...
- Sì?
- Verso mezzanotte...
- Eh.
- Sono venuti da me degli amici e abbiamo giocato a Risiko quasi fino all'alba. Sai com'è il Risiko, no? Sai quando cominci ma non sai quando finisci...
...
Sei un adorabile scemino, ragazzo.
Ti voglio bene, ma devo consegnarti ad un'altra zona del mio essere; una zona neutra dove puoi continuare ad esistere, immerso in una innocua simpatia.
domenica 7 marzo 2010
Violenza
Eccoti. Sei appena ritornato dalla gita, dove hai accompagnato una delle tue classi.
Sono contenta di rivederti: ho pensato spesso a te, diciamo che ti ho accompagnato per tutto il tempo come con una specie di carezza invisibile.
E adesso sono felice che tu ci sia. Vorrei salutarti con la massima tranquillità e serenità, ma tu sei seduto in seconda fila e non mi vedi nemmeno. Ti saluterò dopo, magari all'uscita.
Prendo posto in fondo e ascolto.
Vedo che ti giri di tre quarti, vedo che mi vedi con la coda dell'occhio, ma non mi saluti. Intuisco che, come al solito, non sarà così semplice.
La Preside ci lascia un po' di intervallo tra la prima e la seconda riunione: ne approfitto per andare a prendere un tè alla macchinetta del primo piano. Mentre scendo ti vedo nell'atrio, vedo che mi vedi, vedo che qualcosa in me ti colpisce (sono vestita "da donna" oggi, cosa che mi capita di rado), ma non mi saluti e fai finta di niente.
Avverto una sensazione molto spiacevole: credevo che questa fase fosse ormai superata, credevo che ci fosse una familiarità un po' più semplice fra di noi.
Rientro e faccio per sedermi al mio posto, ma è stato occupato. Non c'è più nemmeno un posto libero. Sono costretta ad andare a prendere una sedia e a sistemarmi in fondo all'aula magna. Evidentemente anche tu sarai costretto a fare la stessa cosa, visto che sei ancora fuori a chiacchierare con qualcuno.
Intanto entra la giovane collega di greco della seconda; gira lo sguardo all'intorno, vede che non c'è più posto e opta per la mia stessa soluzione: va a prendere una sedia e si siede alla mia destra. La saluto sorridendo e scambio quattro chiacchiere con lei.
Mi accingo ad ascoltare il noioso collegio docenti con tutta la noiosa tranquillità del caso, quando improvvisamente irrompi tu.
Ed è proprio il caso di parlare di irruzione.
Ti vedo compiere, nell'ordine, le seguenti azioni:
- aprire la porta;
- precipitarti sulla giovane collega seduta al mio fianco;
- baciarla con impeto;
- parlare con lei a voce abbastanza alta perché io possa sentirti e dirle, con una strana passione, "mi sei mancata";
- accovacciarti ai suoi piedi e parlare fitto fitto con lei.
A questo punto metto in atto un deciso black-out: non ascolto e non guardo più niente di quello che fai/fate. Mi concentro totalmente sul collegio docenti.
Intanto però la mia mente soppesa i tuoi comportamenti e li trova alquanto aberranti; mi risulta totalmente incomprensibile la tua ostentazione di confidenza con la giovane collega, così in pubblico. Oltre tutto sei così vicino a me che quasi mi tocchi, e mi chiedo come tu possa non sentirti minimamente in imbarazzo a comportarti così sotto i miei occhi.
Rifletto.
Rifletto sul fatto che sono vecchia, che voi due siete giovani, pressoché coetanei; rifletto sul fatto che è giusto così.
Intanto resto lì come un'ebete con il bicchiere vuoto in mano, cercando di decifrare il prospetto del quadro orario della riforma che la Preside sta proiettando sullo schermo e il punto interrogativo che mi si è formato nella mente.
Pur con tutta la mia magnanimità, pur con tutta la mia capacità e volontà di comprensione, provo un sordo rancore nei tuoi confronti: possibile che tu non sappia trattenerti neppure quel tanto che basta per evitare effusioni in mia presenza? C'è momento e momento, che diamine. Proprio al collegio docenti, proprio adesso, proprio a due centimetri da me?
A meno che...
Ma questa idea, com'è arrivata, se ne va: la ricaccio con decisione.
All'improvviso, così come sei entrato, scompari. Non colgo esattamente né l'attimo né il motivo, mi sfugge.
Suppongo che sia un modo per invitare la giovane collega a seguirti.
Conto fino a cinquanta. Puntualmente, quando arrivo a trenta la collega si alza senza dir nulla ed esce anche lei.
C.v.d.
Adesso è proprio il caso che io pensi ad altro: non è affar mio cosa stai, cosa state facendo. E' ridicolo che io provi qualcosa di simile alla curiosità o alla gelosia, e perciò mi impongo di non provarlo.
Passa qualche tempo, un'eternità. Lei rientra, sola, e si siede di nuovo vicino a me.
Dopo una decina di minuti rientri anche tu, e questa volta vai a sederti dalla parte opposta dell'aula, lontanissimo.
Meglio così. Spero che questa vera e propria violenza che, non so perché, mi stai facendo, sia finita qui, spero che tu te ne stia buono e tranquillo per il resto della seduta. Vorrei poterti legare.
E invece no: qualcosa ti rende irrequieto, non puoi proprio darti pace. Dopo un quarto d'ora ti alzi, attraversi la sala, vai a prenderti una sedia e ti siedi vicino alla giovane collega, cioè vicino a me. Ma fai una cosa stranissima: metti la sedia a 90° rispetto a quella della collega, la giri al contrario e ti ci siedi a cavalcioni, in modo da poter vedere bene in faccia lei e me.
E intanto parli sottovoce con lei. La mia tranquillità è finita.
Sento il tuo sguardo addosso a me per tutto il tempo, non ho un solo attimo di tregua, mi stai usando come un punching ball.
Mi dico che è solo la mia immaginazione, ma ad un certo punto alzo la mano per fare un intervento e tu mi dici "Mi sa che ti conviene alzarti, se no non ti sentono"; allora effettivamente mi stai osservando, allora evidentemente sai bene cosa fai e perché lo fai.
Sei uno stronzo, ragazzo.
Comunque pazienza, non è un problema: la mia età mi mette al riparo da queste cose, posso essere indulgente, posso respingere questo assalto, posso relegarlo ai margini della mia sensibilità.
Intanto mi domando come si senta la giovane collega; percepisco chiaramente la sua forte attrazione per te, percepisco il suo essere lusingata, il suo desiderio di restare sola con te...
Vorrei essere altrove, vorrei non esserci.
Per tutta la durata della seduta, implacabile e inesorabile, te ne stai seduto così.
Arriva finalmente, dopo due ore e mezzo di supplizio, la fine della riunione.
Ora è venuto il momento di scoprire il tuo gioco, ragazzo.
Mi alzo e prendo la giacca, pronta a levare il disturbo: finalmente potrete rimanere soli, tu e lei, senza la vecchia babbiona.
Mi volto per uscire e vi saluto entrambi con un cenno. Lei mi ignora e ti sorride, pronta a continuare la conversazione in luogo più intimo.
Ed ecco che tu le dai un buffetto sulla spalla e la congedi: "Be' ciao, eh".
Ci resta con un palmo di naso.
Ti allontani da lei e mi guardi uscire, e sulla soglia mi rivolgi uno sguardo assurdo, sbigottito, allarmato.
Sei uno stronzo, ragazzo.
Questo non mi impedirà di volerti bene, ma sappi che ho scoperto il tuo gioco.
Intanto mi accorgo che è peggiorato il mal di stomaco che mi porto appresso da mesi; salgo in macchina, metto in moto, accendo il riscaldamento e la radio; e solo allora, finalmente, lontana da te, mi sento un po' meglio.
martedì 23 febbraio 2010
Potergli dare un bacio
Lavora accanto a me da più di tre ore. Silenzioso, tenace, incurante del fatto che fra poco parte il suo treno.
Mi sento grata, stordita, stonata, ho come il ricordo di una remota felicità; ma il dolore, il disagio, il malessere anche fisico mi fanno sentire fuori posto.
A tratti vorrei alzarmi ed andarmene, portando con me solo il ricordo.
A tratti vorrei abbracciarlo.
Anche lui deve provare ogni tanto qualcosa di simile, perché spesso mi appoggia la mano sulla spalla; è un suo gesto caratteristico, lo avverto come un tentativo di rassicurarmi, di farmi sentire anche fisicamente che c'è.
Ma io lo so che non è vero, lo so che se ne andrà come tutto il resto; e so che, quand'anche lui fosse vero, io non ho il diritto di averlo con me.
Però qui, adesso, posso averlo per un po', e non c'è niente di male.
Il mio cucciolo, quello più grande, ma pur sempre giovanissimo. Solo cinque anni più di lui. Ogni tanto lo guardo e gli sorrido, è bello.
I ragazzi se ne vanno, come se volessero lasciarci soli. Avverto un lampo nel suo sguardo, è la prima volta che restiamo soli e forse questo lo allarma, non so bene perché.
Ma niente paura, è tutto normale: mi alzo, rimetto a posto le mie cose ed usciamo.
Io non ne ho, di imbarazzo; forse gli altri trovano strano vederci uscire insieme, ma io no.
E' tardi e gli chiedo se vuole un passaggio alla stazione (dico testualmente "uno strappo", contagiata dal gergo giovanilistico): accetta subito, abbassando lo sguardo.
Sale in macchina e io faccio manovra per uscire dal posteggio, e intanto parlo del più e del meno con tranquillità; perché in effetti sono tranquilla, è proprio normale che lui sia qui. Non provo emozione, ma una serena dolcezza. Vedo che questo lo mette a suo agio. Faccio tutto il possibile per metterlo a suo agio.
Per un attimo però mi trafigge un senso di errore lancinante, ed è quando sto per arrivare alla stazione. A quella stazione.
Lo farò scendere dove facevo scendere lui? Lo saluterò come salutavo lui?
No, questo non va bene: non è lui.
Quella è una cosa finita, è una cosa sacra, anche se è successa tutta dentro di me e lui in realtà non c'era.
Ma poi, soprattutto, sono finita io, io non ci sono.
Dissimulo il disagio parlando di altro; mi chiede dove abito, glielo spiego.
Stiamo per arrivare e il senso di errore è quasi insopportabile. Ma per fortuna la cosa non succede.
- Ecco, puoi lasciarmi qui - dice.
- Perché?
- La strada è interrotta per lavori, non l'hanno ancora riaperta.
Il regista sa il fatto suo: era proprio così che doveva andare.
Accosto, lui apre la portiera e scende. Mi dice qualcosa tipo "A presto", gli sorrido e riparto.
E' così che dev'essere, una cosa normale nel suo assurdo, inaspettato splendore.
Solo, ogni tanto, vorrei poterlo abbracciare, vorrei potergli dare un bacio.
Mi sento grata, stordita, stonata, ho come il ricordo di una remota felicità; ma il dolore, il disagio, il malessere anche fisico mi fanno sentire fuori posto.
A tratti vorrei alzarmi ed andarmene, portando con me solo il ricordo.
A tratti vorrei abbracciarlo.
Anche lui deve provare ogni tanto qualcosa di simile, perché spesso mi appoggia la mano sulla spalla; è un suo gesto caratteristico, lo avverto come un tentativo di rassicurarmi, di farmi sentire anche fisicamente che c'è.
Ma io lo so che non è vero, lo so che se ne andrà come tutto il resto; e so che, quand'anche lui fosse vero, io non ho il diritto di averlo con me.
Però qui, adesso, posso averlo per un po', e non c'è niente di male.
Il mio cucciolo, quello più grande, ma pur sempre giovanissimo. Solo cinque anni più di lui. Ogni tanto lo guardo e gli sorrido, è bello.
I ragazzi se ne vanno, come se volessero lasciarci soli. Avverto un lampo nel suo sguardo, è la prima volta che restiamo soli e forse questo lo allarma, non so bene perché.
Ma niente paura, è tutto normale: mi alzo, rimetto a posto le mie cose ed usciamo.
Io non ne ho, di imbarazzo; forse gli altri trovano strano vederci uscire insieme, ma io no.
E' tardi e gli chiedo se vuole un passaggio alla stazione (dico testualmente "uno strappo", contagiata dal gergo giovanilistico): accetta subito, abbassando lo sguardo.
Sale in macchina e io faccio manovra per uscire dal posteggio, e intanto parlo del più e del meno con tranquillità; perché in effetti sono tranquilla, è proprio normale che lui sia qui. Non provo emozione, ma una serena dolcezza. Vedo che questo lo mette a suo agio. Faccio tutto il possibile per metterlo a suo agio.
Per un attimo però mi trafigge un senso di errore lancinante, ed è quando sto per arrivare alla stazione. A quella stazione.
Lo farò scendere dove facevo scendere lui? Lo saluterò come salutavo lui?
No, questo non va bene: non è lui.
Quella è una cosa finita, è una cosa sacra, anche se è successa tutta dentro di me e lui in realtà non c'era.
Ma poi, soprattutto, sono finita io, io non ci sono.
Dissimulo il disagio parlando di altro; mi chiede dove abito, glielo spiego.
Stiamo per arrivare e il senso di errore è quasi insopportabile. Ma per fortuna la cosa non succede.
- Ecco, puoi lasciarmi qui - dice.
- Perché?
- La strada è interrotta per lavori, non l'hanno ancora riaperta.
Il regista sa il fatto suo: era proprio così che doveva andare.
Accosto, lui apre la portiera e scende. Mi dice qualcosa tipo "A presto", gli sorrido e riparto.
E' così che dev'essere, una cosa normale nel suo assurdo, inaspettato splendore.
Solo, ogni tanto, vorrei poterlo abbracciare, vorrei potergli dare un bacio.
venerdì 4 dicembre 2009
Così non va...
Così non va, ragazzo caro.
Queste schermaglie, il tuo arrivare, sorridere, esibirti, cercare la mia attenzione... sono cose che conosco e che non possono più funzionare.
Tutto quello che vuoi è importi su di me. Cerchi conferme al tuo fascino, vuoi una sorta di rivincita.
Ma non si può.
Non posso spiegarti che sembro viva e non lo sono più: sarebbe inutile e complicato, e poi ti farebbe scappare.
Però credimi, proprio non è possibile che le cose prendano una piega così sciocca.
Sono un'inguaribile illusa io, quella che cerca sempre l'aspetto spirituale nelle cose, e le enormi delusioni non mi hanno guarita.
Non si può guarire da quello che è il nostro modo di essere più profondo.
Cercavo la spiritualità anche con D., quando invece, a posteriori, c'era da vedere probabilmente solo il suo desiderio di qualche scopata. Niente di più, vista la sua rinuncia immediata a combattere.
Ma non potevo nemmeno volendo.
Sarebbe stato bello fare l'amore tante volte, anche di continuo; se non con lui, con chi?
Ma è dono di pochissimi vivere il sesso come quella cosa mistica che in effetti è, se uno ne capisce il senso. E lui non era pronto, forse non lo ero neppure io; così ho cercato di rinunciare.
Ragazzo, tu mi sei caro. So bene che i maschi in genere, e i giovani maschi in particolare, non vogliono essere cari alle donne, ma piacere. Però mi sei caro, non posso farci nulla, e se solo tu sapessi quanto questa cosa sia diventata rara nella mia vita ti spaventeresti.
Perciò devo trovare il modo di far finire tutto questo.
Mi arrendo incondizionatamente: ammetto il tuo fascino, lo riconosco senza remore, riconosco la mia inevitabile inferiorità. Non ho forze, sono vecchia e solo apparentemente viva, quindi hai vinto tu.
Ora però basta, te ne prego. Troviamo un altro tipo di rapporto. Voglio venirti incontro sorridendo, voglio parlarti di tutto un po'.
Voglio soltanto fare in modo che tu ci sia, che ALMENO tu ci sia, in qualsivoglia modo, nella mia vita.
Senza essere mio.
lunedì 30 novembre 2009
Il cucciolo
Eccolo.
Avanza un po' caracollante, con la sua andatura da ragazzo atletico, e abbassa gli occhi intimidito quando mi vede. Già, lo intimidisco un po'.
E' tutto infagottato in un giubbotto con sotto una felpa, porta qualcosa sottobraccio, forse l'inseparabile pc, ed è un po' più goffo di come lo ricordavo, arruffato come un grosso pulcino. Sembra anche leggermente ingrassato. Insomma è meno affascinante, e questo mi dà subito una fitta di tenerezza; anzi no, l'eco di una fitta di tenerezza, il ricordo di qualcosa che è stato rimosso.
Penso che è una fortuna che sia più imperfetto di come lo ricordavo, perché non sono affatto in forma e se lui sembrasse più bello tirerei dritto.
Invece gli sorrido e mi avvicino a lui. Si ferma con un'espressione sorpresa e mansueta, alzando gli occhi un po' strabici. Solo quando gli sono di fronte noto che è poco più alto di me.
- Ciao. Il professor F. ha bisogno della tua mail -
- Il professor... -
- Sì: ha convocato una riunione della commissione sito, ma non avendo la tua mail non ha potuto avvisarti -
- Ah... -
- Gliela farai avere? -
- Certo, ma... cioè, chi è il professor F.? -
- E' il responsabile del laboratorio: lo troverai lì -
- Ah, ok -
- Ciao -
Gli sorrido nuovamente e me ne vado.
Mi accorgo che è rimasto colpito in modo spiacevole; esita, riprende a camminare con passo più lento, a testa bassa, e mi domando cosa pensi.
L'orribile sensazione di essere sempre di troppo che mi ha lasciato la mia storia con D. mi fa sorgere il dubbio che non sia contento di parlarmi; ma so che non è così. Ci saremo detti tre parole, ed è sempre stato lui a cercare me.
Quindi, l'origine della delusione potrebbe essere un'altra: forse si chiede perché non me la sia fatta dare io, la sua mail; forse stava per dirmelo, ma si è rimangiato le parole.
Esco, salgo in macchina e me ne vado. E' così che devo fare, allontanarmi subito.
In effetti la sua mail vorrei averla.
In effetti ogni volta che lo vedo lo avvolgo tutto in un abbraccio dentro di me, gli voglio bene, è il mio cucciolo prediletto, vorrei che fosse felice.
Allontanati stupida, nessuno ha mai voluto il tuo affetto, nessuno, nessuno, vattene.
Ho un desiderio così acuto che mi fa male, la sorpresa è una specie di shock. E' una cosa che non pensavo più di poter desiderare...
----------
Replay. La realtà come dovrebbe essere, come nei film.
Si allontana a testa china. Faccio qualche passo verso l'uscita, poi mi volto e lo raggiungo di corsa.
- Senti... -
- Sì? -
- Uno di questi giorni mi porteresti al cinema a vedere L'era glaciale? -
giovedì 12 novembre 2009
C'è qualcosa che posso fare?
...e di nuovo ti siedi vicino a me, raggiante; parli di una mia allieva, è probabile che ti piaccia, mi chiedi di lei. Non sono gelosa, è del tutto normale che sia così. Sono, come sempre quando ci sei, contenta, appagata, riscaldata da un calore interno.
Sto bene.
Perché ti sento mio?
Perché tutti gli altri mi sono estranei e tu no, tu sei dentro da sempre, proprio come...
Ma con te è stata una cosa immediata, ed è tutto diverso. Sarà che sono fuori della vita.
Finisce la riunione, io mi alzo, tu devi rimanere ancora perché la prossima classe è tua.
Non sai dissimulare: il buio rannuvola il tuo viso, sei improvvisamente triste.
Un'ora più tardi tocca a me, c'è di nuovo una mia classe; entro in aula e discuto con i colleghi. All'improvviso la porta si apre senza che nessuno bussi, sei tu. Mi sorridi, io ti sorrido prima ancora di accorgermene. Dici:
- Scusate, volevo dare un'occhiata per vedere se ho dimenticato una cosa... -
E' una scusa ingenua. Non fai nemmeno finta di cercare, resti lì qualche secondo e poi te ne vai.
Tu porti il sole nella mia anima.
Nulla è possibile, ma non importa. Sono grata alla vita per questo.
Vorrei poter fare qualcosa, qualsiasi cosa, un'attività di qualsiasi tipo, con te. Leggere un libro, vedere un film, fare ginnastica, scrivere una relazione scolastica noiosa, piantare un chiodo.
Sarebbe bello comunque, come lo era con...
No, sarebbe diverso.
Sarebbe tutto più pacato, sereno e innocente.
Semplicemente perfetto.
Sto bene.
Perché ti sento mio?
Perché tutti gli altri mi sono estranei e tu no, tu sei dentro da sempre, proprio come...
Ma con te è stata una cosa immediata, ed è tutto diverso. Sarà che sono fuori della vita.
Finisce la riunione, io mi alzo, tu devi rimanere ancora perché la prossima classe è tua.
Non sai dissimulare: il buio rannuvola il tuo viso, sei improvvisamente triste.
Un'ora più tardi tocca a me, c'è di nuovo una mia classe; entro in aula e discuto con i colleghi. All'improvviso la porta si apre senza che nessuno bussi, sei tu. Mi sorridi, io ti sorrido prima ancora di accorgermene. Dici:
- Scusate, volevo dare un'occhiata per vedere se ho dimenticato una cosa... -
E' una scusa ingenua. Non fai nemmeno finta di cercare, resti lì qualche secondo e poi te ne vai.
Tu porti il sole nella mia anima.
Nulla è possibile, ma non importa. Sono grata alla vita per questo.
Vorrei poter fare qualcosa, qualsiasi cosa, un'attività di qualsiasi tipo, con te. Leggere un libro, vedere un film, fare ginnastica, scrivere una relazione scolastica noiosa, piantare un chiodo.
Sarebbe bello comunque, come lo era con...
No, sarebbe diverso.
Sarebbe tutto più pacato, sereno e innocente.
Semplicemente perfetto.
lunedì 9 novembre 2009
Da lontano
Da lontano ti guardo, al di qua del vetro. Sono fuori della realtà ormai, ma siccome tu mi vedi, pensi che io ci sia.
Ho ripensato molto a te, sconosciuto ragazzo.
Ho ripensato a un sacco di cose, e ho finito per concludere che sei un bel regalo da accettare con discrezione; senza aprire il pacchetto. Bisogna solo accarezzarlo da fuori, sentire la carta liscia e lucida sotto le dita. Ed essere grati a chi ci ha fatto questo dono, senza voler sapere cosa c'è dentro.
Ecco perché adesso ti parlo e ti sorrido, e non voglio niente di più della tua presenza finché puoi darmela.
Ti sei stupito molto quando ti ho rivolto la parola con gentilezza, senza più evitarti; e il tuo stupore era gioioso. Sei un ragazzo semplice e gentile, reagisci con la festosità di un cane quando gli lisci la testa, scodinzoli vistosamente.
Chi lo sa poi perché.
Voglio dire: chissà cosa te ne importa del fatto che io ti rivolga la parola.
Eppure eccoti là, stai facendo delle fotocopie; io entro e vado alla bacheca, guardo il mio orario e dico a mezza voce:
- Ecco, figurati se non mi cambiavano l'orario dei consigli di classe! -
E tu molli tutto e in due balzi leggeri mi sei accanto:
- Dove, dove? -
Indico la colonna con il cambiamento:
- Qui, vedi? Dove hanno cancellato. Mi pare che ci sia scritto IV C -
- Sì, IV C - confermi.
E resti lì, dimenticando le fotocopie.
Come sempre sono io che me ne vado per prima. Ti saluto con un sorriso, lo ricambi.
Se fossi nata in un'altra vita, se tu fossi stato in quella vita...
Ma è troppo tardi, e sei perfetto così. Posso almeno guardarti.
Al di là del vetro.
Ho ripensato molto a te, sconosciuto ragazzo.
Ho ripensato a un sacco di cose, e ho finito per concludere che sei un bel regalo da accettare con discrezione; senza aprire il pacchetto. Bisogna solo accarezzarlo da fuori, sentire la carta liscia e lucida sotto le dita. Ed essere grati a chi ci ha fatto questo dono, senza voler sapere cosa c'è dentro.
Ecco perché adesso ti parlo e ti sorrido, e non voglio niente di più della tua presenza finché puoi darmela.
Ti sei stupito molto quando ti ho rivolto la parola con gentilezza, senza più evitarti; e il tuo stupore era gioioso. Sei un ragazzo semplice e gentile, reagisci con la festosità di un cane quando gli lisci la testa, scodinzoli vistosamente.
Chi lo sa poi perché.
Voglio dire: chissà cosa te ne importa del fatto che io ti rivolga la parola.
Eppure eccoti là, stai facendo delle fotocopie; io entro e vado alla bacheca, guardo il mio orario e dico a mezza voce:
- Ecco, figurati se non mi cambiavano l'orario dei consigli di classe! -
E tu molli tutto e in due balzi leggeri mi sei accanto:
- Dove, dove? -
Indico la colonna con il cambiamento:
- Qui, vedi? Dove hanno cancellato. Mi pare che ci sia scritto IV C -
- Sì, IV C - confermi.
E resti lì, dimenticando le fotocopie.
Come sempre sono io che me ne vado per prima. Ti saluto con un sorriso, lo ricambi.
Se fossi nata in un'altra vita, se tu fossi stato in quella vita...
Ma è troppo tardi, e sei perfetto così. Posso almeno guardarti.
Al di là del vetro.
martedì 20 ottobre 2009
Il difficile
Che Dio ti benedica, ragazzo.
Sono così felice che tu esista...
Ti voglio bene.
Il difficile sarà non fartelo capire.
Sono così felice che tu esista...
Ti voglio bene.
Il difficile sarà non fartelo capire.
martedì 29 settembre 2009
Già, dimenticavo...
Uhm... già...
ho dimenticato qualcosa.
No, be', non è che l'ho dimenticato: è che mi hai veramente stufata. Non ne posso più del tuo farmi sentire un'intrusa, una seccatrice, un'importuna, un mostro da cui guardarsi.
E non ne posso più delle tue balle, e soprattutto non ne posso più di far finta di crederci.
Ciò premesso, ricordo benissimo; se fosse per me sarei la stessa di sempre, la stessa che sono sempre stata. Una persona che tiene fede ai suoi affetti, a differenza del 90% delle persone che mi circondano (te compreso ovviamente).
E te lo avrei detto, di cuore.
Ora invece non posso, e perciò lo scrivo qui, volutamente in ritardo:
buon compleanno.
ho dimenticato qualcosa.
No, be', non è che l'ho dimenticato: è che mi hai veramente stufata. Non ne posso più del tuo farmi sentire un'intrusa, una seccatrice, un'importuna, un mostro da cui guardarsi.
E non ne posso più delle tue balle, e soprattutto non ne posso più di far finta di crederci.
Ciò premesso, ricordo benissimo; se fosse per me sarei la stessa di sempre, la stessa che sono sempre stata. Una persona che tiene fede ai suoi affetti, a differenza del 90% delle persone che mi circondano (te compreso ovviamente).
E te lo avrei detto, di cuore.
Ora invece non posso, e perciò lo scrivo qui, volutamente in ritardo:
buon compleanno.
domenica 27 settembre 2009
La quintessenza della stupidità
E va bene, continuiamo così.
Continuiamo a far finta di credere che il tuo pc sia rotto, che tu non riesca a farlo riparare etc.
Incredibile che non si riesca ad ottenere nulla di buono, umano e di normale da te.
Quello che più mi demoralizza, in questa faccenda, più ancora che tutto il resto, è il livello di stupidità che dimostra.
La quintessenza della stupidità.
Continuiamo a far finta di credere che il tuo pc sia rotto, che tu non riesca a farlo riparare etc.
Incredibile che non si riesca ad ottenere nulla di buono, umano e di normale da te.
Quello che più mi demoralizza, in questa faccenda, più ancora che tutto il resto, è il livello di stupidità che dimostra.
La quintessenza della stupidità.
giovedì 24 settembre 2009
Con quegli occhi
Si aggira alle mie spalle da un po'; è uno nuovo, molto giovane, io sono di pessimo umore e non lo noto nemmeno.
Mi si accosta:
- Se clicchi col tasto sinistro è più veloce -
Bofonchio un grazie, vedi un po' se uno sconosciuto deve venire a darmi dei consigli sull'uso del mio pc.
Insiste, dice altre cose sul tasto destro e sinistro; non lo ascolto.
E' solo alla fine, quando sto per andarmene, che lo vedo.
Incontro il suo sguardo.
E' leggermente strabico, stupendi quegli occhi, affascinanti.
I suoi lineamenti... dev'essere uno scherzo del destino. Gli somiglia.
Lo evito da subito.
E' strano: sembra attratto da me. Cerca a più riprese di incrociarmi, di fare conversazione. Niente da fare, sembro autistica.
Si siede vicino a me; mi alzo e me ne vado.
Ci rimane malissimo.
Ora è arrabbiato. Quando mi vede non mi saluta, si siede vicino a tre-quattro donne e chiacchiera con loro in modo ostentatamente amichevole, senza smettere un attimo di parlare. Loro non si tirano indietro, la cosa le lusinga, è comprensibile.
E' bello, il ragazzo sconosciuto.
Ad un tratto si volta dalla mia parte per parlare con qualcuno e scocca un sorriso abbagliante.
Io lo so che è per me: è una specie di piccola vendetta.
Fa bene ad essere arrabbiato, lo maltratto senza motivo.
Mentre esco lo trovo nell'atrio; per un attimo quegli occhi deliziosamente strabici mi sfiorano.
Esco senza salutarlo, evito di pensarci.
Però in cuor mio sento che mi è caro, anche se non lo saprà mai.
Gli devo moltissimo.
Da due anni lotto per sopravvivere; da due anni le persone che amavo mi vogliono morta. Ed io mi sento proprio così, morta. Cammino, respiro, faccio delle cose trascinandomi appresso il mio cadavere. E non devo rompere le scatole, che cazzo ho da lamentarmi.
Il massimo che ho incontrato è la tiepida solidarietà, la pietà, la sopportazione di qualcuno.
Lui non sa niente di me, non vede le macerie: vede una persona che gli piace, o meglio gli piaceva, prima di reagire come una psicotica.
E' giusto così, deve stare lontano.
Ma per prima volta, da due anni a questa parte, qualcuno mi ha fatta sentire viva.
Vorrei fargli una carezza sul viso.
Vorrei...
Mi si accosta:
- Se clicchi col tasto sinistro è più veloce -
Bofonchio un grazie, vedi un po' se uno sconosciuto deve venire a darmi dei consigli sull'uso del mio pc.
Insiste, dice altre cose sul tasto destro e sinistro; non lo ascolto.
E' solo alla fine, quando sto per andarmene, che lo vedo.
Incontro il suo sguardo.
E' leggermente strabico, stupendi quegli occhi, affascinanti.
I suoi lineamenti... dev'essere uno scherzo del destino. Gli somiglia.
Lo evito da subito.
E' strano: sembra attratto da me. Cerca a più riprese di incrociarmi, di fare conversazione. Niente da fare, sembro autistica.
Si siede vicino a me; mi alzo e me ne vado.
Ci rimane malissimo.
Ora è arrabbiato. Quando mi vede non mi saluta, si siede vicino a tre-quattro donne e chiacchiera con loro in modo ostentatamente amichevole, senza smettere un attimo di parlare. Loro non si tirano indietro, la cosa le lusinga, è comprensibile.
E' bello, il ragazzo sconosciuto.
Ad un tratto si volta dalla mia parte per parlare con qualcuno e scocca un sorriso abbagliante.
Io lo so che è per me: è una specie di piccola vendetta.
Fa bene ad essere arrabbiato, lo maltratto senza motivo.
Mentre esco lo trovo nell'atrio; per un attimo quegli occhi deliziosamente strabici mi sfiorano.
Esco senza salutarlo, evito di pensarci.
Però in cuor mio sento che mi è caro, anche se non lo saprà mai.
Gli devo moltissimo.
Da due anni lotto per sopravvivere; da due anni le persone che amavo mi vogliono morta. Ed io mi sento proprio così, morta. Cammino, respiro, faccio delle cose trascinandomi appresso il mio cadavere. E non devo rompere le scatole, che cazzo ho da lamentarmi.
Il massimo che ho incontrato è la tiepida solidarietà, la pietà, la sopportazione di qualcuno.
Lui non sa niente di me, non vede le macerie: vede una persona che gli piace, o meglio gli piaceva, prima di reagire come una psicotica.
E' giusto così, deve stare lontano.
Ma per prima volta, da due anni a questa parte, qualcuno mi ha fatta sentire viva.
Vorrei fargli una carezza sul viso.
Vorrei...
lunedì 7 settembre 2009
Fuori
Fuori di testa.
O di me stessa.
Comunque fuori.
Io ormai sono completamente fuori da questo stupido gioco.
Soffro fisicamente a far finta di giocarlo.
Tu puoi capirmi?
Almeno tu?
Mi dà un minimo di sollievo sedermi qui e pensare di parlare con te. Anche se poi, tac!, la luce si accende e io non ti parlo.
Ma penso che potrei farlo, ed è abbastanza.
Mi hai scritto una lettera durissima, sincera, uscita proprio dal cuore.
E' importante.
Sì, non sai quanto.
E' importante che tu abbia trovato un po' di tempo per gridarmi in faccia il tuo risentimento.
Non sei di plastica, allora. E io ci sono. Ci sono abbastanza da farti sentire ferito e risentito.
In mezzo ai fantasmi, fantasma io stessa, hai idea di quanto
quanto
quanto
questo sia essenziale?
O di me stessa.
Comunque fuori.
Io ormai sono completamente fuori da questo stupido gioco.
Soffro fisicamente a far finta di giocarlo.
Tu puoi capirmi?
Almeno tu?
Mi dà un minimo di sollievo sedermi qui e pensare di parlare con te. Anche se poi, tac!, la luce si accende e io non ti parlo.
Ma penso che potrei farlo, ed è abbastanza.
Mi hai scritto una lettera durissima, sincera, uscita proprio dal cuore.
E' importante.
Sì, non sai quanto.
E' importante che tu abbia trovato un po' di tempo per gridarmi in faccia il tuo risentimento.
Non sei di plastica, allora. E io ci sono. Ci sono abbastanza da farti sentire ferito e risentito.
In mezzo ai fantasmi, fantasma io stessa, hai idea di quanto
quanto
quanto
questo sia essenziale?
giovedì 3 settembre 2009
Non sopporto più i giovani
E' mai possibile che mi sia venuta una specie di allergia ai giovani?
Poi così all'improvviso, così inaspettata.
Io sono sempre stata a mio agio solo con i giovani (gli adolescenti, per la precisione), e se così non fosse mi sarei sparata, dato il lavoro che faccio.
E poi che ne so, c'era feeling immediato, al di là dell'età anagrafica...
Mi intendevo con loro sul piano di quella che credevo fosse una comune sensibilità per le cose della vita.
Ora, i casi sono due: o (com'è altamente probabile) sono sempre vissuta in un inganno terribile, per cui li vedevo come non erano e come non sono mai stati; oppure sono cambiati loro.
Sì, certo, sono cambiata anch'io, nel senso che sono invecchiata. Ma non di colpo, suppongo.
E poi no, io non sono cambiata così tanto: il mio modo di vedere la vita è lo stesso di un tempo, tutto sommato mi sono mantenuta fedele a me stessa. L'idiozia imperante in questo nuovo millennio non mi ha coinvolta nelle cose basilari, resto ancorata a pochi punti fermi.
Il mio principale punto fermo è questo: bisogna distinguere il vero dal falso.
E quando una cosa è falsa, anche se ci farebbe piacere credere il contrario, bisogna rigettarla da sé con la massima decisione possibile.
Ora invece, come dicevo, non so se i giovani siano sempre stati così (non credo), o se lo siano diventati, ma tutto il loro stile di vita è all'insegna del falso.
Sono falsi e artefatti i loro approcci, incontri, rapporti; è falso tutto quello in cui credono, sono falsi e recitati tutti i loro contatti umani.
La prova di tutto questo è Facebook.
Lì tutti fanno finta di essere amici. Più contatti si aggiungono, più uno si sente figo, e magari sono così rintronati da crederci davvero, di avere tanti amici.
La commedia funziona finché uno non entra in crisi davvero, finché uno non ha un problema autentico: allora il castello di carte di Facebook (o Twitter, o che cazzo) crolla su se stesso rivelando la sua natura illusoria, il suo essere la celebrazione e l'apoteosi del Nulla.
Allora uno avrebbe bisogno di avere DAVVERO qualcuno vicino, e non della gente che pratica il culto della chiacchiera e dell'immagine, della vanvera, del Vuoto.
In quei casi, generalmente, si ricordano di me: allora io "servo".
Ma sai che c'è? Che io sono una persona, non un attrezzo.
E quando sono così angosciata, così triste come adesso, vorrei poter parlare con qualcuno che non sia il mio pc; vorrei che qualcuno mi ascoltasse come io ho ascoltato chi ne aveva bisogno.
Ma adesso non ascolterò più. Ne ho le palle stracolme di "servire".
Ad altri, più stupidi e superficiali, che non hanno mai vissuto una crisi seria, lo si può perdonare.
A te no, L.
Chi ha provato le cose vere e preferisce quelle false si merita esattamente quello che ha: un universo di carta.
Per poco che potesse contare la mia amicizia, della quale hai fatto volentieri uso in passato (come io della tua), sappi che l'hai persa.
Non so se valgo poco o molto, ma so - esattamente - che non sono intercambiabile con nessuno, come tu non lo eri per me.
Ti auguro uno splendido soggiorno fra i numeri.
Poi così all'improvviso, così inaspettata.
Io sono sempre stata a mio agio solo con i giovani (gli adolescenti, per la precisione), e se così non fosse mi sarei sparata, dato il lavoro che faccio.
E poi che ne so, c'era feeling immediato, al di là dell'età anagrafica...
Mi intendevo con loro sul piano di quella che credevo fosse una comune sensibilità per le cose della vita.
Ora, i casi sono due: o (com'è altamente probabile) sono sempre vissuta in un inganno terribile, per cui li vedevo come non erano e come non sono mai stati; oppure sono cambiati loro.
Sì, certo, sono cambiata anch'io, nel senso che sono invecchiata. Ma non di colpo, suppongo.
E poi no, io non sono cambiata così tanto: il mio modo di vedere la vita è lo stesso di un tempo, tutto sommato mi sono mantenuta fedele a me stessa. L'idiozia imperante in questo nuovo millennio non mi ha coinvolta nelle cose basilari, resto ancorata a pochi punti fermi.
Il mio principale punto fermo è questo: bisogna distinguere il vero dal falso.
E quando una cosa è falsa, anche se ci farebbe piacere credere il contrario, bisogna rigettarla da sé con la massima decisione possibile.
Ora invece, come dicevo, non so se i giovani siano sempre stati così (non credo), o se lo siano diventati, ma tutto il loro stile di vita è all'insegna del falso.
Sono falsi e artefatti i loro approcci, incontri, rapporti; è falso tutto quello in cui credono, sono falsi e recitati tutti i loro contatti umani.
La prova di tutto questo è Facebook.
Lì tutti fanno finta di essere amici. Più contatti si aggiungono, più uno si sente figo, e magari sono così rintronati da crederci davvero, di avere tanti amici.
La commedia funziona finché uno non entra in crisi davvero, finché uno non ha un problema autentico: allora il castello di carte di Facebook (o Twitter, o che cazzo) crolla su se stesso rivelando la sua natura illusoria, il suo essere la celebrazione e l'apoteosi del Nulla.
Allora uno avrebbe bisogno di avere DAVVERO qualcuno vicino, e non della gente che pratica il culto della chiacchiera e dell'immagine, della vanvera, del Vuoto.
In quei casi, generalmente, si ricordano di me: allora io "servo".
Ma sai che c'è? Che io sono una persona, non un attrezzo.
E quando sono così angosciata, così triste come adesso, vorrei poter parlare con qualcuno che non sia il mio pc; vorrei che qualcuno mi ascoltasse come io ho ascoltato chi ne aveva bisogno.
Ma adesso non ascolterò più. Ne ho le palle stracolme di "servire".
Ad altri, più stupidi e superficiali, che non hanno mai vissuto una crisi seria, lo si può perdonare.
A te no, L.
Chi ha provato le cose vere e preferisce quelle false si merita esattamente quello che ha: un universo di carta.
Per poco che potesse contare la mia amicizia, della quale hai fatto volentieri uso in passato (come io della tua), sappi che l'hai persa.
Non so se valgo poco o molto, ma so - esattamente - che non sono intercambiabile con nessuno, come tu non lo eri per me.
Ti auguro uno splendido soggiorno fra i numeri.
domenica 23 agosto 2009
Galline e Q.I.
Dicono che il Q.I. delle galline sia genericamente basso.
Bene, non è vero.
Ho una lunghissima frequentazione di polli. E' vero che c'è stata un'interruzione di diversi decenni, ma ora che ho ripreso a frequentarli mi rendo conto che la mia impressione infantile era esatta.
Le mie galline, per esempio, sono animali assennati; non tutte allo stesso modo, si capisce: la gallina-madre, la Cocca, è decisamente più ricettiva delle altre. Quando è stata male, un mese fa, non ho esitato a portarla dal veterinario.
- Bisogna fare un'autopsia per capire cos'ha.
- Prego?
- Sì, dico, occorre una diagnosi post mortem: altrimenti mi sarà impossibile identificare l'agente patogeno.
- Sta scherzando, vero?
- No, perché? Tanto la sua gallina morirà.
Me ne sono andata con la Cocca sottobraccio, indignata. L'ho curata e ce l'ha fatta. Almeno, ora come ora zampetta e razzola come le altre; e fa le uova.
Le galline non è che siano stupide: è che hanno un'accettazione semplice e immediata della realtà. E' molto diverso, è una forma di saggezza.
La loro presenza mi rilassa molto.
Però, come dicevo, non tutte le galline sono intelligenti. Per esempio questa dell'agriturismo non fa che ripetere dalla mattina alla sera co-ccoccoccco-cccoooooooò con un tono chioccio e svenevole; e lo fa immotivatamente. Voglio dire, le mie galline chiocciano a ragion veduta, quando c'è un allarme tipo gatto rosso in arrivo o un'emergenza uovo. Invece questa blatera a vanvera. E ha anche una voce in falsetto decisamente irritante.
Confermo: questa gallina ha un Q.I. basso.
Lo si sente dal tono di voce.
Bene, non è vero.
Ho una lunghissima frequentazione di polli. E' vero che c'è stata un'interruzione di diversi decenni, ma ora che ho ripreso a frequentarli mi rendo conto che la mia impressione infantile era esatta.
Le mie galline, per esempio, sono animali assennati; non tutte allo stesso modo, si capisce: la gallina-madre, la Cocca, è decisamente più ricettiva delle altre. Quando è stata male, un mese fa, non ho esitato a portarla dal veterinario.
- Bisogna fare un'autopsia per capire cos'ha.
- Prego?
- Sì, dico, occorre una diagnosi post mortem: altrimenti mi sarà impossibile identificare l'agente patogeno.
- Sta scherzando, vero?
- No, perché? Tanto la sua gallina morirà.
Me ne sono andata con la Cocca sottobraccio, indignata. L'ho curata e ce l'ha fatta. Almeno, ora come ora zampetta e razzola come le altre; e fa le uova.
Le galline non è che siano stupide: è che hanno un'accettazione semplice e immediata della realtà. E' molto diverso, è una forma di saggezza.
La loro presenza mi rilassa molto.
Però, come dicevo, non tutte le galline sono intelligenti. Per esempio questa dell'agriturismo non fa che ripetere dalla mattina alla sera co-ccoccoccco-cccoooooooò con un tono chioccio e svenevole; e lo fa immotivatamente. Voglio dire, le mie galline chiocciano a ragion veduta, quando c'è un allarme tipo gatto rosso in arrivo o un'emergenza uovo. Invece questa blatera a vanvera. E ha anche una voce in falsetto decisamente irritante.
Confermo: questa gallina ha un Q.I. basso.
Lo si sente dal tono di voce.
lunedì 10 agosto 2009
L'errore di fondo
- Sai qual è stato l'errore di fondo? Tornando indietro nel tempo lo vedo bene. L'errore è stato quella cosa dell'anima. Sì dico, quando mi scrivevi delle tue inquietudini e dei tuoi turbamenti, della tua perenne insoddisfazione, e io ti dicevo che era la tua anima.
- E dunque?
- Non era vero. Perché un'anima sia infelice bisogna averla. Non è il tuo caso.
- Cazzo dici?
- Prendiamo ad esempio quello che mi hai detto una delle ultime volte: "ho paura che ti suiciderai per me". E subito dopo hai detto che "non riesci più a parlarmi". Ti rendi conto di cos'hai detto? No, vero? Te lo traduco io: hai detto che, pur sapendo che io potrei morire per te, non sei disposto neppure a parlarmi ogni tanto. Solo parole, eh! Poche e amichevoli, come quelle che ti ho detto negli ultimi mesi. Neppure quelle.
- E allora?
- Allora, è chiaro, un'anima non ce l'hai.
- Minchiate.
- Seguimi: mi hai supplicato di darti il mio amore (lo hai fatto, inutile negarlo). Te l'ho dato, e questo mi è costato la vita. Riesco a sopravvivere a stento, nuotando controcorrente, e solo perché spero di avere messo in salvo almeno te. Ma tu due parole non puoi dirmele. Eppure sai di essere così importante che temi che io possa uccidermi per te. Quindi non ce l'hai un'anima. E' stato questo l'errore, credere che ce l'avessi. Chissà cosa si agitava nella tua testolina vuota quando piangevi sul mio petto.
E adesso dove sei?...
Te ne sei andato.
Mi risponde il silenzio.
Il silenzio, quello sì, uccide. Anche se mi dicevi solo stronzate, la tua voce è la voce della vita.
Sai una cosa? Io non credo che tu tema che io mi suicidi per te.
Io credo che tu lo voglia.
- E dunque?
- Non era vero. Perché un'anima sia infelice bisogna averla. Non è il tuo caso.
- Cazzo dici?
- Prendiamo ad esempio quello che mi hai detto una delle ultime volte: "ho paura che ti suiciderai per me". E subito dopo hai detto che "non riesci più a parlarmi". Ti rendi conto di cos'hai detto? No, vero? Te lo traduco io: hai detto che, pur sapendo che io potrei morire per te, non sei disposto neppure a parlarmi ogni tanto. Solo parole, eh! Poche e amichevoli, come quelle che ti ho detto negli ultimi mesi. Neppure quelle.
- E allora?
- Allora, è chiaro, un'anima non ce l'hai.
- Minchiate.
- Seguimi: mi hai supplicato di darti il mio amore (lo hai fatto, inutile negarlo). Te l'ho dato, e questo mi è costato la vita. Riesco a sopravvivere a stento, nuotando controcorrente, e solo perché spero di avere messo in salvo almeno te. Ma tu due parole non puoi dirmele. Eppure sai di essere così importante che temi che io possa uccidermi per te. Quindi non ce l'hai un'anima. E' stato questo l'errore, credere che ce l'avessi. Chissà cosa si agitava nella tua testolina vuota quando piangevi sul mio petto.
E adesso dove sei?...
Te ne sei andato.
Mi risponde il silenzio.
Il silenzio, quello sì, uccide. Anche se mi dicevi solo stronzate, la tua voce è la voce della vita.
Sai una cosa? Io non credo che tu tema che io mi suicidi per te.
Io credo che tu lo voglia.
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